Il senso della giornata lavorativa

Come il digital ha cambiato il lavoro

Nell’era del digitale, oltre ad evolversi gli strumenti di utilizzo quotidiano, cambiano anche le modalità di lavoro.

Sino a un decennio fa, chi si soffermava ad immaginare come sarebbe stato il futuro delle nostre attività lavorative, aveva un’idea di un uomo in una postura ricurva, solo, immerso con lo sguardo in un monitor luminoso.

I timori dell’immaginario collettivo hanno aizzato numerosi confronti e dibattiti volti all’analisi di questo potenziale evolutivo, ma nel tempo le risposte hanno indicato una strada tutt’altro che rivolta all’isolamento personale nel lavoro. 
Le persone, i professionisti, i lavoratori, per quanto possano essere accecati dall’idea dell’evoluzione e del progresso, necessitano sempre più di quei valori umani dovuti al riconoscimento del fatto che siamo pur sempre tutti animali sociali.

Condivisione, Partecipazione e Confronto sono i 3 capisaldi della nostra vita.

Soprattutto nell’ambiente lavorativo, si cominciano a ri-creare i primi spazi concepiti per stimolare tali attività.

Come qualsiasi sviluppo evolutivo, gli aspetti atti a concorrere verso il cambiamento sono molteplici: Politici, economici, sociali. 
Il tramonto dell’individualismo ha creato – insieme ad una maggiore flessibilità nelle regole di assunzione e licenziamento, alla nascita del cosiddetto lavoro interinale, dei contratti a progetto e l’aumento dell’incertezza del mercato – la necessità di creare da sé il proprio destino lavorativo basandosi su collaborazioni professionali.
 Ecco che nascono i coworking.
 ll coworking è una forma di organizzazione orizzontale che consiste nella condivisione di uno stesso ambiente di lavoro, con lo scopo di abbattere i costi di gestione dell’ufficio classico e creare un team di potenziali collaboratori.

L’aspetto relazionale è decisamente rilevante: “co” sta per collaborative e Brad Neuberg – giovane ingegnere indipendente specializzato in tecnologie web – adottò il termine per indicare la necessità di uscire fuori dall’ambiente chiuso e isolato, cui lo costringeva la posizione di freelance homeworker.
«Mi sentivo condannato a una scelta tra l’avere un lavoro stabile con una struttura e dei colleghi e l’essere un freelance, libero e indipendente. Allora mi sono chiesto: perché non posso avere entrambe le cose? Perché non posso, allo stesso tempo, realizzare le mie ambizioni individuali e sentirmi membro di una comunità, di uno stare insieme attraverso il lavoro? Con il coworking ho trovato finalmente le risposte alle mie domande».

Spinto dal desiderio di uscire dall’isolamento, Neuberg fondò nel 2005 a San Francisco “Hat Factory”, una vecchia fabbrica di cappelli trasformata nella prima esperienza di coworking al mondo. Il termine, già coniato da Bernie DeKoven nel 1999, indicava la collaborazione in Rete tra professionisti: adottandolo, Neuberg, indicò lo stesso tipo di collaborazione in uno spazio fisico.
Da allora ne è passata di acqua sotto i ponti e il coworking, da San Francisco, si è diffuso a macchia d’olio in tutto il mondo.

Ma quali sono le ragioni di questo successo?

Innanzitutto, è stata una buona idea. Un meme, replicato di mente in mente, trasmesso per imitazione e divenuto accreditato modello di business in continua evoluzione.
L’abbattimento dei costi è un altro aspetto fondamentale. Un’organizzazione condivisa facilita l’accesso a quelle risorse necessarie al completamento di un profilo professionale competitivo sul mercato, in termini d’immagine, credibilità e affidabilità.
Non ultima l’importanza delle relazioni. Clay Shirky sostiene che l’interazione tra individui rende entrambi più efficaci e lo stesso accade con i gruppi. 
Pensare in termini di collaboratività è il cardine dell’era digitale. È l’elemento di novità assoluta, la nuova frontiera, il valore aggiunto dell’era elettrica.
Nonostante la grande forza propulsiva della dimensione collaborativa, questa dinamica, ad oggi, non è incoraggiata adeguatamente, né a livello istituzionale, né in ambito universitario, né tra le persone. Per questo bisogna stimolare l’intelligenza connettiva. […] La sensibilità collaborativa è un elemento non ancora dato per scontato (Derrick de Kerckhove 2012).

I prodotti
citati

In virtù della strategia descritta, in questo articolo si parla di

Condivisione, Partecipazione e Confronto sono i 3 capisaldi della nostra vita.

Il coworking – sin dalla nascita – presuppone che ciascun membro si consideri individuo in team e non individuo isolato. 
Una marcata individualità/specificità (lavorativa) si accompagna all’idea che gli stimoli esterni siano assolutamente necessari alla sopravvivenza e all’arricchimento dell’individualità stessa. Non è forse caratteristica di ogni freelancer la voglia di abbeverarsi alla fonte dell’autonomia, ma anche la dipendenza dal mondo esterno? Di cercare clienti, collaboratori per progetti ambiziosi, linfa vitale che tenga viva la creatività?

Il concetto di coworking si basa proprio su questo assunto: essere il nodo di una rete, rendersi passaggio di elettricità e comunicazione, essere membro di un sistema quanto più possibile aperto e fluido. In generale “il concetto di rete denota un sistema di relazione fra attori o, comunque, un insieme riconoscibile di legami fra soggetti che convergono a realizzare un medesimo processo di produzione, di servizio, di ricerca, di business” (Butera 2005). 
Ogni nodo ha uno scopo specifico: intessere relazioni nevralgiche che producano valore, nuovi stimoli ed espansione della rete. La capacità di reperire risorse dall’esterno è uno degli assunti dell’economia wiki e di fenomeni tanto discussi, quanto specchio della contemporaneità, come la famosa peer production. Per non parlare del crowdsourcing.

Il caso della Goldcorp Inc. descritto da Don Tapscott in Wikinomics in 2.0 è un esempio lampante di come la chiusura di un sistema può essere letale al sistema stesso.

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